“A Lourdes con l’Unitalsi è diventata una presenza importante e fissa”

La storia di Chiara, raccontata dal settimanale Verona Fedele, che ha riscoperto la fede dedicandosi a chi cerca speranza

Se a vent’anni le avessero detto che avrebbe indossato un abito bianco e spinto i malati in sedia a rotelle a Lourdes, forse non ci avrebbe creduto. Eppure la vulcanica Chiara Dalprà è diventata una “sorella” dell’Unitalsi e a quel velo, a quella divisa e a quelle calze bianche ora è molto affezionata. Tanto da diventare la referente del gruppo Unitalsi della parrocchia di Soave; fra un mese sarà anche lei a Lourdes, accompagnata dai suoi due figli adolescenti e da una ventina di soavesi.
«Se da ragazza mi avessero chiesto: “Vuoi fare una vacanza a Ibiza o vieni una settimana a Lourdes con i malati?”, io avrei scelto senza dubbio la discoteca e il divertimento! Per questo mi commuove vedere tanti giovani che rinunciano alla vacanza per salire sul treno bianco e vivere quest’esperienza forte, che lascia il segno». Carattere solare, 44 anni, Chiara è un fiume in piena quando racconta la scelta di darsi da fare per l’Unitalsi, che dal 1903 accompagna e assiste durante i pellegrinaggi le persone con disabilità, malate, anziane o bisognose di aiuto. Una realtà che fa parte della Chiesa, sì, ma che è un’organizzazione di volontariato a pieno titolo.

Chiara, come ha conosciuto l’Unitalsi e Lourdes?
«In casa ne ho sempre sentito parlare. Mio nonno materno, Umberto, dopo aver perso prematuramente un figlio, mio zio Francesco, nel 1963 a causa di un tumore, decise di andare a fare il barelliere a Lourdes. Mia mamma Franca invece faceva l’infermiera e, prima di sposarsi, aveva fatto per qualche anno l’infermiera volontaria, accompagnando i malati a Lourdes. Poi aveva ripreso a fare i pellegrinaggi coinvolgendo mio papà Danilo, mancato nel 2009, a cui ero molto legata. Mi è sempre rimasto impresso ciò che lui mi ha raccontato di Lourdes: assistendo a una Messa internazionale nella basilica di San Pio X, era rimasto colpito da un gruppo di ciechi che aveva accanto e sprizzavano gioia pura. Dicendomelo, gli era scesa una lacrima di commozione, e lui era uno che non piangeva mai. Io sono cresciuta in una famiglia cattolica, anche se dopo il percorso adolescenti mi sono allontanata un po’ dalla Chiesa, ma c’è sempre stato un filo invisibile che mi legava a Lourdes».
Com’è riaffiorato questo legame?  
«Nei momenti più difficili della mia vita. Il 2009, l’anno in cui mi sono sposata con Simone, è stato molto duro: oltre alla malattia e alla morte di mio papà, ho dovuto affrontare la perdita di una bimba, quando la gravidanza era arrivata ormai a cinque mesi e mezzo. In quel periodo di disperazione avevo sempre sotto il cuscino il rosario e parlavo tanto con la Madonna: è stata una presenza materna a cui mi sono affidata nei momenti di difficoltà. A Soave abbiamo la Vergine della Bassanella, a cui mio papà era molto devoto, e io pure: è un luogo in cui mi trovo a far silenzio e a mettere ordine nella mia vita».
Ha riscoperto la fede?
«Non l’avevo mai persa, probabilmente, ma prima la vivevo come una consuetudine. Invece in quel momento ho maturato una nuova consapevolezza, percependo l’amore materno di Maria. L’ho sentito anche quando ho affrontato le due successive gravidanze, anche quelle complicate: mio figlio Matteo, nato prematuro nel 2010, e Tommaso, nato nel 2012 dopo aver passato sei mesi ferma in un letto. Ma c’è stato un altro momento in cui mi sono aggrappata a quel rosario e che, nello sconforto, mi ha permesso di coltivare la speranza».
Quale?
«È stato quando nel 2019, a soli 38 anni, mi sono ammalata di tumore al seno. E mi sono ripromessa di andare a Lourdes appena fossi stata meglio. La mia prima volta alla grotta di Massabielle è stata nel 2022, insieme a mia mamma. Lì ho trovato un conforto incredibile nella preghiera e ho sentito ancora più vicino il mio papà, anche se fisicamente non è più tra noi. Davanti alla grotta ho guardato la statua della Madonna e le ho detto: “Io sono qua, vedi tu”. Nei giorni successivi, facendo il percorso di riconciliazione e stando tra gli ammalati, mi sono ritrovata ad alzare la mano quando una sorella dell’Unitalsi ha chiesto se qualcuno fosse disponibile a spingere le sedie a rotelle. In quei giorni ho conosciuto persone con disabilità che mi sono entrate per sempre nel cuore».
 Da quell’esperienza di servizio è maturato l’impegno attivo?
«Sì, ho deciso di mettermi a disposizione dell’Unitalsi del mio paese, Soave, dove tre anni fa è mancato Sandro Fornaro, che per cinquant’anni l’aveva tenuta in vita. Dopo Lourdes sono stata a Loreto e sono diventata sorella: indossare quell’abito bianco per me è stato tanto emozionante quanto vestire l’abito da sposa. La bellezza della divisa è che mette tutti sullo stesso piano, non fa differenze, e ti rende riconoscibile subito agli amici speciali che viaggiano con te».
Che servizi fa, quando va a Lourdes?
«Sono destinata a un piano e vivo la dimensione familiare della giornata: il risveglio degli ammalati, la sistemazione della stanza, dare una mano nell’igiene, se serve, fare compagnia e intrattenere con canti e balli, che con me non mancano mai… A Lourdes si azzerano le difese e i muri che invece nella realtà quotidiana purtroppo ci sono».
E quando si rientra a casa? 
«Anche chi crede poco torna arricchito. Qui si fa un’esperienza di fede che ti coinvolge sia nella preghiera che in un servizio, dall’accompagnare i malati al portare loro coperte e bevande calde. A tutti mi sento di dire di darsi la possibilità di sperimentarla. È quello che spero di trasmettere ai miei figli e ai giovani, e sono tanti, che si danno da fare per il prossimo. Se non si prova l’amore incondizionato, il pellegrinaggio della vita è vissuto a metà». www.veronafedele.it


Pubblicato il 27 Agosto 2025