Giornata della Memoria: nel dolore la ricerca della speranza

In occasione della Giornata della Memoria, pubblichiamo di seguito l’editoriale a firma del Presidente Nazionale, Antonio Diella e uscito nel numero 4 di Fraternità del 2007.
L’articolo, scritto di ritorno da un pellegrinaggio dell’Unitalsi ad Auschwitz, sottolinea una domanda preziosa, per prevenire e combattere ogni germe di razzismo, antisemitismo, discriminazione e intolleranza.

Siamo stati ad Auschwitz. Un gruppo di amici unitalsiani, uniti non solo da una passione per l’approfondimento storico ma anche dall’appassionata domanda su come sia stato possibile un dolore di questo genere, scientemente ricercato ed eccezionalmente organizzato.

Non ci interessava il revisionismo storico, screditato da sempre e troppo spesso risorgente non certo in virtù del proprio spessore scientifico; non ci interessava nemmeno la solita polemica sul “perché non parlate anche degli stermini fatti dagli altri”, come se fosse possibile di fronte all’orrore preoccuparsi degli equilibrismi che dimenticano le differenze e le particolarità per dispiegare la nebbia lattiginosa del “troppo tempo è passato da allora”.

Ci interessava provare a capire, anche solo avvicinarci con trepidazione alla domanda su quale abisso possa annidarsi nel cuore degli uomini; ci interessava domandare a noi stessi dove fosse Dio mentre milioni di uomini venivano sterminati in nome di una ideologia e di una visione del mondo che sono state gettate nella discarica della storia e lì dovrebbero rimanere per sempre.

Abbiamo percorso il campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz in lungo e in largo, con attenzione quasi religiosa, con il timore di offendere con la nostra sola presenza di viventi un luogo dove l’angoscia della morte ti serra il cuore appena cominci anche solo ad avvicinarti ai cancelli.

Abbiamo visto l’orrore e abbiamo immaginato il dolore interminabile e organizzato, l’annientamento e la distruzione. Quasi stupiti e increduli perché sia stato possibile e perché sia avvenuto con queste forme e con questa intensità.

Vergognandoci di noi, che condividiamo comunque la nostra umanità con coloro che sono stati allora i carnefici di popoli interi.

Continuando a cercare i segni della presenza di Dio in questo dolore.

Dov’eri Signore, mentre tutto ciò accadeva?

Già. La solita domanda… dov’eri allora Signore? e dove sei oggi Signore mentre si consumano i dolori e le angosce di popoli interi? dove sei Signore mentre la strage dei deboli del mondo continua imperterrita? e dove sei Signore quando ci imbattiamo nella sofferenza innocente dei piccoli, dei bambini, degli anziani?

Dove sei Signore quando capita a noi, a me, di vivere l’esperienza del dolore e della sofferenza?

Certe volte è così difficile mantenere la speranza. È così difficile vedersi parte di un disegno più grande e comunque più bello, dove nulla è perduto e tutto ha un senso.

È così difficile.

Dove sei Signore? Perché rimani muto?

Parlami Signore, parla al tuo popolo, parla ai tuoi amici, parla a tutti i disperati del mondo per annunciare che l’aurora di pace che attendiamo è vicina, sempre più vicina, e che stai per mutare in canto di gioia le grida di dolore del mondo.

Dai pace al nostro cuore, Signore.

E ridai slancio al nostro cammino, a questo nostro pellegrinare che non è un girare a tentoni per strade impervie ma guardare alla meta sapendo che è una icona del nostro destino.

Per questo continuiamo a essere pellegrini; per questo andiamo verso i santuari.

A volte anche noi pensiamo di vivere pellegrinaggi efficaci perché riusciamo ad essere efficienti, a riempire di lustrini luccicanti “il vestito” del nostro cammino associativo; a volte preferiamo coprire con applausi scroscianti e rumorosi la nostra difficoltà a riempire certi momenti di assordante silenzio con la fiducia in Colui che nemmeno la morte ha potuto fermare.

Ma anche nei nostri errori risplende alla fine la pienezza di vita che viene da Lui: non un solo istante della nostra vita, nemmeno quelli che si attorcigliano nel dolore e nella solitudine, andrà perduto!

Continuiamo il nostro cammino, continuiamo il nostro essere pellegrini verso i Santuari e verso il cuore di ogni uomo, soprattutto verso il cuore di coloro che guardano disperati ad un cielo che sembra muto. Il nostro Dio parla: parla con la nostra voce, con la nostra amicizia, con la nostra speranza, con la nostra vita. Non è Lui a non avere più parole da dirci, siamo noi a soffrire di una “raucedine della speranza” che solo la comunione e la carità possono guarire.

Continuiamo il nostro cammino, appassionati a questi nostri pellegrinaggi che ci insegnano il ritmo del cammino verso la pace; continuiamo a percorrere la strada della speranza e ad offrire a tutti di essere nostri compagni di viaggio.
Pace. Sempre. 
Antonio Diella