Unitalsi di Lentini: “L’amore per gli altri ci fa guardare la vita con occhi più veri”

Livia La Ferla, presidentessa della sezione di Lentini dell’Unitalsi. La malattia spesso capovolge la visione della vita e delle cose.

La malattia spesso capovolge la visione della vita e delle cose. Costringe a rallentare, ci rende vulnerabili e ci ricorda quanto possano diventare preziosi una presenza, una telefonata, una mano capace di accompagnare senza invadere. Cosa può insegnarci, in un mondo che sembra avere sempre meno tempo per chi è fragile? È attorno a questa domanda che ruota la storia dell’Unitalsi di Lentini e l impegno silenzioso dei suoi volontari: donne e uomini che scelgono di donare una parte del proprio tempo e finiscono spesso per ricevere molto più di quanto pensavano di offrire.

Fondata nel 1947 e attiva anche nei territori di Carlentini e Francofonte, quella lentinese è una delle più antiche sottosezioni Unitalsi della Sicilia orientale. In quasi ottant anni ha attraversato generazioni e cambiamenti sociali, accompagnando ammalati e persone con disabilità non soltanto nei pellegrinaggi a Lourdes, a Loreto e in altri luoghi della fede, ma anche nella quotidianità fatta di visite, telefonate e piccoli gesti capaci di alleviare la solitudine. Oggi questa lunga storia d amore è affidata a Livia La Ferla, una presidente di appena 36 anni che nell’Unitalsi è cresciuta fin da bambina. Livia ci parla della forza discreta del volontariato, della fede attraversata dal dubbio e dalla paura, degli incontri che cambiano la vita e dello straordinario valore di un servizio che non pretende di cancellare la sofferenza, ma sceglie di non lasciare solo chi la vive.

Livia, perché ha scelto di dedicarsi agli ammalati?
«Ho incontrato l’Unitalsi quando ero solo una bambina. All epoca non capivo davvero il senso di quel viaggio verso Lourdes: vedevo persone, carrozzine, volontari sempre in movimento, ma non riuscivo a cogliere fino in fondo il perché di tanta dedizione. Eppure, al ritorno, qualcosa era cambiato. La gioia che sentivo era diversa, più profonda, e dentro di me era nata una consapevolezza nuova: il desiderio di aiutare non era più un gioco, ma una scelta che mi faceva stare bene. Da allora l’Unitalsi è diventata un luogo di crescita, un cammino che continua a insegnarmi ogni giorno cosa significa esserci davvero per gli altri».

Nel 2027 l’Unitalsi di Lentini compirà ottant anni. Cosa racconta una storia capace di attraversare generazioni e cambiamenti?
«La nostra storia è di fedeltà. Ottant’anni non sono solo un numero: sono mani che accompagnano, occhi che guardano, orecchie che no, famiglie che hanno trovato conforto. L’Unitalsi di Lentini è passata attraverso generazioni, cambiamenti sociali, crisi e rinascite, ma ha tenuto la stessa identità: stare accanto con una presenza discreta e costante».

Oltre ai “treni bianchi”, qual è il compito dell’Unitalsi e come siete vicini agli ammalati e alle loro famiglie durante l’anno? «Il nostro compito non si esaurisce con i pellegrinaggi o nei famosi “treni bianchi” che ci portano a Lourdes con un viaggio di diverse ore. La parte più autentica del nostro servizio è la quotidianità vissuta accanto ai nostri ragazzi: i laboratori che svolgiamo durante la settimana, le visite nelle loro case, le semplici telefonate per sapere come stanno, i piccoli gesti che riempiono le giornate e che per loro fanno la differenza. Essere presenti tutto l anno vuol dire costruire relazioni che diventano un punto di riferimento stabile. È in quella quotidianità che nasce il vero accompagnamento».

Chi sono oggi i soci dell’Unitalsi di Lentini e che cosa richiede la scelta di diventare volontario?
«I soci sono persone diversissime, volontari giovani, meno giovani, disabili, pensionati, volontari di servizio civile. Per essere soci volontari non serve avere competenze speciali, ma è importante una qualità essenziale, ovvero l amore per l altro e la disponibilità a vivere momenti tensi e unici con tutti. Essere volontari significa donare il proprio tempo senza aspettarsi nulla in cambio».

Che cosa significa accompagnare una persona malata nella solitudine e nelle difficoltà quotidiane?
«Significa entrare in punta di piedi nella vita di qualcuno. Non è solo aiutare fisicamente, ma condividere silenzi, paure, ricordi, giornate storte e piccole vittorie. È un accompagnamento che richiede delicatezza: non invadere, non sostituirsi, ma camminare accanto».

Che cosa può insegnarci la malattia in un mondo con sempre meno tempo per chi è fragile?
«Spesso la malattia ci obbliga a rallentare e a guardare negli occhi una vulnerabilità che ci riguarda tutti. Ci insegna che il tempo non è infinito e che le relazioni sono importanti».

C’è un ammalato o un episodio che ha lasciato in lei e nei volontari un segno indelebile?
«Ognuno ha lasciato un segno, una parola, un gesto che porto con me. Ma c è un episodio che custodisco nel cuore più degli altri. Non ero ancora maggiorenne quando la presidente, Ada Rapisarda, mi diede un opportunità che allora non comprendevo fino in fondo: accompagnare due delle nostre ragazze in pellegrinaggio ad Assisi. Abbiamo vissuto giorni intensi, pieni di sorrisi, confidenze, leggerezza e profondità. Giorni che sembravano sospesi, quasi protetti. Al rientro, una delle due ragazze, Katia, ci ha lasciati. Per anni ho portato dentro un senso di colpa silenzioso: mi chiedevo perché i suoi ultimi giorni li avesse vissuti con me e non con la sua famiglia. Poi, un giorno, sua madre mi ha incontrata e, con una delicatezza che non dimenticherò mai, mi ha detto che Katia era stata felice, che quei giorni ad Assisi erano stati un dono e che non avrebbe potuto vivere meglio i suoi ultimi momenti. In quel momento ho capito che il servizio non è mai solo “fare”, ma è esserci: a volte proprio nel modo più misterioso e inatteso. Katia mi ha insegnato che l amore donato non va mai sprecato e che la fragilità può diventare un luogo di verità profonda, capace di cambiare per sempre il modo in cui guardiamo gli altri e noi stessi».

Perché i volontari partono per aiutare e tornano sentendosi aiutati? Che cosa cambia dentro di loro?
«Perché a Lourdes o a Loreto si vive un ribaltamento: si parte pensando di dare e ci si accorge che, donando, si riceve molto di più. L incontro con la malattia ci mette davanti ai nostri limiti e ci insegna a guardare la vita con occhi più veri, più essenziali».

Come state accanto a chi, nella malattia, vive il dubbio, la paura o la ribellione, senza offrire facili consolazioni? «Con rispetto. Non abbiamo risposte pronte né frasi consolatorie. È compito nostro stare accanto ai nostri soci ascoltando, accogliendo la rabbia, la fatica, il silenzio. La fede non è un obbligo; la fede è un cammino e noi cerchiamo di essere compagni di viaggio, non maestri».

Quale Unitalsi immagina e che cosa chiedete a istituzioni e comunità?
«Un Unitalsi che parli ai giovani, usando linguaggi nuovi senza perdere la sua anima. Vorrei un associazione ancora più radicata nel territorio, capace di collaborare con le istituzioni e di essere un punto di riferimento per chi vive la fragilità. Chiediamo sostegno, ascolto e riconoscimento del valore del volontariato».

Che cosa direbbe a un giovane convinto di non avere tempo da donare?
«Ai giovani, ma non solo a loro, direi che il tempo non si “trova”: il tempo si sceglie, e spesso lo si sceglie quando qualcosa ci tocca davvero. Donare tempo non significa rinunciare a qualcosa, ma guadagnare relazioni, maturità e consapevolezza. Chi decide di servire gli altri scopre che la fragilità non è un peso, ma un luogo dove si cresce, e che anche un solo pomeriggio con noi può cambiare la direzione di una vita intera. Molti giovani decidono di prestare servizio civile nella nostra associazione. È un opportunità concreta per sperimentare il volontariato in modo strutturato e acquisire competenze relazionali, organizzative e umane. Avendo vissuto anch io questa esperienza, posso affermare che è una delle più formative che un giovane possa vivere: permette di capire cosa significa davvero esserci, assumersi responsabilità e confrontarsi con la bellezza delle relazioni autentiche. Ecco perché molti ragazzi, dopo il servizio civile, decidono di restare con noi».

Silvio Breci, La Sicilia 


Pubblicato il 24 Settembre 2026