Sorrisi, amicizia e condivisione: una settimana al mare con l’Unitalsi di Civita Castellana

Camminare verso il mare all’alba è sempre stato per me un gesto semplice, quasi istintivo. Ma quella mattina, mentre il vento muoveva l’aria come una carezza e il sole iniziava a scaldare la sabbia, ho capito che quel viaggio non era soltanto un soggiorno estivo: era un cammino verso l’altro, verso un modo diverso di stare nel mondo. Avevo ancora negli occhi la frase stampata sulla maglietta che indossavo il primo giorno, “Non si arriva a Dio l’uno senza l’altro”, e mi sembrava che il mare la ripetesse a ogni onda, come un promemoria che non voleva lasciarmi andare.

Arrivai nella casa che ci avrebbe ospitati con lo zaino pieno di cose inutili e il cuore pieno di attese. Non sapevo bene cosa avrei fatto, né come avrei vissuto quel servizio al prossimo che mi era stato affidato. Sapevo solo che ero lì per donare tempo, mani, ascolto. E che il mare, con la sua calma ostinata, avrebbe fatto da sfondo a ogni gesto. Le giornate scorrevano veloci, piene di piccoli compiti che sembravano insignificanti e che invece, messi insieme, costruivano un senso nuovo. Preparare la colazione per chi arrivava stanco, sistemare gli spazi comuni, accompagnare qualcuno a fare due passi sulla riva: ogni azione diventava un modo per dire “ci sono”.

 

Il fuoco del sole, alto e diretto, mi ricordava l’amore di Dio, un calore che non brucia ma sostiene. Lo sentivo quando qualcuno mi ringraziava con un sorriso timido, quando vedevo negli occhi degli altri un sollievo che non dipendeva da me, ma dal fatto che qualcuno si fosse fermato accanto a loro. L’acqua, invece, era la sorgente dell’amicizia che nasceva senza che ce ne accorgessimo. Bastava un pomeriggio passato a raccogliere conchiglie con un ragazzo che non parlava molto, o una chiacchierata seduti sul muretto mentre il cielo diventava rosa, per capire che l’amicizia non ha bisogno di grandi dichiarazioni: scorre, come una corrente che trova la sua strada.

E poi c’era il vento. Quel vento che arrivava improvviso, forte, quasi a spingere tutti noi verso qualcosa di più grande. Era la forza del gruppo, la tempesta di energia che si creava quando ci mettevamo insieme a fare qualcosa. Ricordo una sera in cui dovevamo organizzare una cena per gli ospiti della struttura. Eravamo stanchi, sudati, confusi. Ma il vento sembrava attraversarci, unirci, farci muovere come se fossimo un’unica volontà. In quei momenti capivo che il servizio non è mai solitario: è un intreccio di mani, di voci, di intenzioni che si sostengono a vicenda.

 

Il viaggio al mare è diventato così un viaggio dentro di me. Ogni giorno imparavo che donarsi non significa perdere qualcosa, ma ritrovarla. Che la gioia non nasce dal fare grandi cose, ma dal farle con amore. Che la fede cresce quando la si vive, non quando la si racconta. E che davvero, come diceva quella frase sulla mia maglietta, non si arriva a Dio da soli: si arriva attraverso gli altri, attraverso la loro fragilità, la loro bellezza, il loro bisogno di essere visti.

 

Quando è arrivato il momento di tornare a casa, ho guardato il mare un’ultima volta. Non era cambiato, ma io sì. Portavo con me il fuoco che scalda, l’acqua che unisce, il vento che spinge. E la certezza che quel soggiorno non era finito: continuava ogni volta che sceglievo di donarmi, ogni volta che ricordavo che la strada verso Dio passa sempre attraverso un altro volto.

Gabriele

 


Pubblicato il 8 Settembre 2026