È difficile raccontare questi giorni limitandosi a fare l’elenco di quello che abbiamo fatto, perché questa vacanza è stata soprattutto, senza mezzi termini, una grande esperienza di vita insieme. Abbiamo scelto la formula dell’autogestione e questo ha significato condividere davvero le giornate, dal mattino alla sera: la preparazione e la consumazione dei pasti, il servizio, i momenti di riposo, le risate, le difficoltà, la piscina, la musica, i giochi e anche quelle piccole cose quotidiane che normalmente sembrano non avere importanza e che invece, quando si vive insieme, diventano la parte essenziale del rapporto tra le persone.

Stare insieme per più giorni ci ha permesso di andare oltre i rapporti che normalmente si costruiscono durante le attività associative. Abbiamo avuto modo di raccontarci le nostre vite, di parlare delle nostre famiglie, delle difficoltà, delle paure, dei progetti e delle cose che ciascuno porta nel suo cuore. E forse è proprio lì che si può riconoscere davvero il motivo per cui passiamo del tempo insieme nell’Unitalsi: accompagnarci verso la felicità. Lo abbiamo capito ancora meglio al momento del rientro, quando nel nostro gruppo hanno cominciato ad arrivare, quasi spontaneamente, pensieri e testimonianze sui giorni appena trascorsi. Qualcuno ha raccontato di essere partito quasi controvoglia e di essere poi felice di aver cambiato idea: “Altrimenti non avrei conosciuto questa nuova grande famiglia. Mi sono trovata subito a mio agio: sono stati giorni passati in tranquillità, a raccontarci piccoli frammenti della storia di ognuno di noi. Giornate piene di sguardi, di abbracci, di risate ma anche di lacrime.”
Per i volontari è stata anche un’esperienza importante di servizio. Vivere ogni giorno accanto a una persona con disabilità significa confrontarsi concretamente con tante difficoltà che nella vita di tutti i giorni spesso non si vedono o si danno per scontate. Significa imparare ad aiutare, ma anche imparare a chiedere come aiutare, rispettando i tempi, le necessità e l’autonomia di ciascuno. E poi, come spesso accade in Unitalsi, alla fine diventa difficile capire chi abbia aiutato davvero chi. Anche questo è emerso con grande chiarezza nei pensieri condivisi dopo il soggiorno: “A volte, oltre a ringraziare gli altri, dovremmo fermarci e ringraziare anche noi stessi: ragazzi e volontari, per aver scelto di dedicare una parte delle nostre vacanze estive allo stare insieme, per aver condiviso tempo, sorrisi, fatiche, emozioni e piccoli grandi momenti.»Non sono mancati i momenti di preghiera. All’interno della Casa della Gioia è presente una riproduzione della Grotta di Lourdes, che per molti di noi è stata un luogo dove fermarsi qualche minuto, da soli o insieme, e affidare ciò che portavamo nel cuore, rivivendo in piccolo quella Grazia che ogni anno ci richiama a Lourdes. A pochi passi dalla struttura abbiamo avuto inoltre il Santuario della Madonna delle Grazie, presenza discreta ma importante per la partecipazione alla Santa Messa. Sono stati giorni nei quali si è passati con naturalezza da una partita a carte o da un tuffo in piscina a una conversazione seria, da una risata a un momento di preghiera, da una difficoltà affrontata insieme a una confidenza profonda fatta magari la sera, quando la giornata sembrava ormai finita. E forse è proprio in quelle ore, lontane da qualsiasi programma, che sono successe le cose più importanti. Una delle frasi più semplici arrivate al termine del soggiorno è stata anche una delle più belle: “Sono io che ringrazio voi per avermi fatto passare questi giorni bellissimi e avermi permesso di entrare nelle vostre vite.” Entrare nelle vite degli altri. Forse è davvero questa una delle espressioni che meglio racconta ciò che è accaduto a Corato. Perché per farlo bisogna concedere qualcosa di sé. Bisogna raccontarsi, ascoltare, fidarsi. Bisogna accettare di condividere non soltanto i momenti belli, ma anche le stanchezze, qualche lacrima, le fragilità e quelle parti della nostra storia che normalmente custodiamo con maggiore attenzione. C’è chi ha descritto questi giorni come una pausa necessaria dalla propria quotidianità: “Avevo necessità di staccare, avevo necessità di respirare, avevo necessità di fermarmi”. E ha aggiunto: “Siete stati la mia boccata d’aria in un caldo infernale, la carezza che tranquillizza in piena tempesta.” Ed è proprio questo che ci portiamo dietro da Corato. Siamo partiti conoscendoci, almeno in parte. Stiamo tornando a casa riconoscendo che per qualche giorno siamo stati davvero una famiglia.
Pubblicato il 7 Settembre 2026










