Le Case Unitalsi: a Genova vent’anni di accoglienza e oltre 3500 famiglie ospitate

Francesca Faruffini, referente delle Case Unitalsi di Genova che ospitano i genitori dei bambini ricoverati all’Ospedale Gaslini, ci accompagna alla scoperta di un progetto nato vent’anni fa e diventato un punto di riferimento per migliaia di famiglie provenienti da tutta Italia.

Francesca raccontaci come è nato il progetto delle Case Unitalsi di Genova?

“Nel 2003 ero stata eletta presidente della Sottosezione di Genova e la Presidenza Nazionale mi aveva chiesto di fare in modo che anche nella nostra città, dopo Roma, le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Pediatrico Giannina Gaslini potessero trovare un’accoglienza dignitosa, senza dover affrontare costi elevati per il soggiorno o, peggio ancora, dormire in auto. Abbiamo iniziato cercando sistemazioni economiche, anche grazie alle sedici associazioni che già offrivano ospitalità, sostenendo le famiglie che si rivolgevano a noi. Tuttavia, la richiesta di alloggi era sempre superiore all’offerta.”

Quando è arrivata la svolta?

“Trovare una casa, le risorse economiche per mantenerla e volontari disponibili non è stato semplice. Finalmente, il 4 gennaio 2007 abbiamo firmato il contratto di affitto della nostra prima struttura. Pochi giorni dopo si è unita a me Simona Di Fabio: senza il suo entusiasmo, la sua tenacia e la sua contagiosa allegria questo progetto non sarebbe arrivato fino a oggi. Negli anni altri soci Unitalsi hanno scelto di condividere questo cammino: chi offre compagnia alle famiglie, chi accompagna i genitori da e per il porto, l’aeroporto o la stazione, chi segue la contabilità e chi si occupa delle manutenzioni quotidiane.”

A Genova, oggi quante strutture fanno parte del progetto?

“Nel tempo sono nate Casa Angela e Villa Casa Paola, che ospita al suo interno Casa Samuele, Casa Riccardo, Casa Massimo e la Mansarda. Cinque strutture che ogni giorno aprono le loro porte alle famiglie dei piccoli pazienti del Gaslini, offrendo non soltanto un alloggio, ma un luogo dove sentirsi accolti e meno soli.”

Che cosa significa, concretamente accogliere queste famiglie?

“Quando un figlio è malato si alternano continuamente speranza e paura, vita e morte. In quei momenti essere presenti è fondamentale: pregare insieme ai genitori, condividere una pizza per alleggerire l’ansia dell’attesa, sorridere delle piccole disavventure quotidiane o trascorrere insieme qualche ora di serenità.

Per noi questo significa vivere il Vangelo: accogliere con il sorriso di Maria, affidarsi a Lei e a suo Figlio Gesù, rinnovando ogni giorno il nostro “sì” al servizio. È ciò che abbiamo cercato di fare con oltre 3.500 famiglie ospitate in questi vent’anni. E il segno più bello è che, quando devono tornare a Genova anche solo per pochi giorni di controlli, ci chiedono di poter rientrare nelle nostre case, perché ormai le chiamano “la loro casa di Genova”.

L’accoglienza va oltre l’ospitalità?

“Assolutamente sì. Grazie all’impegno del nostro precedente presidente di Sezione, Massimo Besana, e dell’allora vicepresidente, oggi presidente, Gemma Malerba, abbiamo avviato una collaborazione con l’Acquario di Genova. Con il nostro pulmino accompagniamo gratuitamente le famiglie a visitarlo. Vedere negli occhi dei bambini la gioia davanti ai pinguini o lo stupore per il salto di un delfino regala momenti di serenità anche ai loro genitori. Nel tempo questa collaborazione si è ampliata, coinvolgendo anche bambini ricoverati che non soggiornano nelle nostre strutture.”

Qual è il desiderio per il futuro?

“Vorremmo che sempre più soci Unitalsi facessero proprio questo progetto, per garantirne la continuità e farlo conoscere nelle rispettive città. Non servono soltanto lenzuola, mobili o contributi economici: c’è bisogno soprattutto di preghiera, presenza, condivisione e disponibilità a mettersi al servizio. Vorremmo che crescesse il numero di persone innamorate della Madonna di Lourdes, che ci conduce a Cristo attraverso i volti dei bambini malati.”

Qual è il senso più profondo di questo servizio?

“Accogliere nelle nostre case significa vivere concretamente il primo articolo del nostro Statuto: accrescere la fede e testimoniare il carisma della carità attraverso l’evangelizzazione e l’apostolato accanto alle persone malate e a chi vive situazioni di difficoltà. Chiediamo ogni giorno a Maria, nostra Madre, di guidarci perché possiamo trasmettere la bellezza e la gioia di questo servizio. Mettendoci accanto alle giovani famiglie segnate dal dolore, possiamo aiutare molte persone a riscoprire la Parola di Gesù. Nessuno si salva da solo.”

C’è un episodio che custodisce in modo particolare tra i ricordi di questi vent’anni?

“Ce ne sarebbero tantissimi, tanto che a volte penso che si potrebbe scrivere un libro. Uno però mi accompagna sempre. Un sabato i medici dissero a una mamma e a un papà siciliani che il loro bambino di quattro anni, malato di leucemia, non sarebbe sopravvissuto: il trapianto non aveva dato i risultati sperati. Chiesero di poter andare al Santuario della Madonna della Guardia e di ricevere una benedizione speciale dal cardinale Angelo Bagnasco. Li accompagnammo. Nel frattempo, loro chiesero al loro paese di pregare e anch’io coinvolsi la nostra Unitalsi. Dopo la benedizione la mamma mi disse: “Sento una grande pace dentro di me. Ho accettato la morte di mio figlio”. Più tardi mi raccontò che, proprio in quel momento, nel loro paese le campane avevano suonato a festa in modo inspiegabile. Il lunedì, passando casualmente dalla Cattedrale, entrai a pregare davanti al Santissimo. Lo stesso accadde il giorno successivo. Poco dopo ricevetti la telefonata del papà: “Non riattaccare, ascoltami. I medici dicono che non c’è più nulla. Il bambino sta bene. Restiamo ancora qualche giorno nella vostra casa per i controlli”. Anche questo, per me, è il Progetto dei Piccoli: riconoscere ogni giorno come Dio continui a operare nella vita delle persone.”

 


Pubblicato il 9 Luglio 2026