Partendo dalle testimonianze di giovani volontari, che dopo l’esperienza nei pellegrinaggi a Lourdes, hanno proseguito il loro impegno nelle attività dell’Unitalsi.
Il primo passo pare sia sempre verso l’ignoto e questo, si sa, è un potente generatore di paura, o poco meno. E’ questa la prima considerazione che consegue alla restituzione delle impressioni di alcuni dei giovani che, nello scorso anno, sono stati volontari nei pellegrinaggi a Lourdes e che si sono poi dedicati ad attività legate all’Unitalsi. E sulla base dei loro racconti che si ritiene utile riflettere e considerare il valore della loro partecipazione e delle prospettive di crescita futura insieme.
Ma torniamo al tema della paura che ha colto i nostri giovani. «Sono partita … con una paura immensa di non essere abbastanza…»; così si racconta una di loro nell’atto di oltrepassare la soglia. Al suo inizio, ogni volontariato, se legato a un pellegrinaggio e se, ancor più, coinvolge fede e devozione, non è fatto di certezze granitiche, ma di cuori in gola. La terra ignota non è solo una destinazione geografica, ma l’incontro con il limite: la fragilità, il disagio o semplicemente la propria inadeguatezza. Nulla comunque di compatibile con la mancanza di fede o di buone intenzioni: è l’umanità, giovane o adulta non importa, che si misura con l’ignoto. La saggezza della decisione non si vede alla partenza, ma nella tenuta del gruppo che accoglie e accompagna; sapere che non si è soli, trasforma il timore in un rischio condiviso. È sulla della via del ritorno che la fiducia in sé rafforza il pensiero, rassegna e rilassa, e restituisce la risposta ad una domanda magari non formulata appieno: «Farò bene a partire? Sarò capace? A quali richieste non saprò dire sì???».
Il tono cambia radicalmente nella descrizione del ritorno: « … ma sono tornata con la consapevolezza che chiunque può fare qualcosa … ». Quali scoperte sulla natura dell’uomo e del bene del mondo hanno prodotto questa ricchezza di pensiero? E poi in così poco tempo: quattro giorni e due viaggi, uno l’andata, l’altro il ritorno. La scoperta rivoluzionaria è che il bisogno non ha gerarchie. Se alla partenza il giovane teme di non avere abbastanza da dare, al ritorno capisce che il fare qualcosa non richiede superpoteri, ma presenza. E lei/lui c era. Chiunque abbia bisogno d’aiuto è doveroso che trovi la mano che glielo offra. È questo un principio che fa dell’uomo, l’Umanità e detta i fondamentali di chi sa giungere le mani, alzare gli occhi al Cielo per essere benedetto. Questa consapevolezza abbatte la barriera tra sano e malato. Si scopre che l’impasto umano è unico: le emozioni, la fame di senso e il desiderio di un sorriso, sono universali. Sono i gesti quotidiani a dettare le regole della normalità, a dare la svolta alla vita. « … ho visto una fede viva, concreta, che non ha paura di sporcarsi le mani e ridere insieme»; ci racconta così l’occhio del professore che ha accompagnato il gruppetto. La fede, in questo contesto, non è un concetto astratto spiegato a tavolino, ma gesti e risposte puntuali; cammina per chi non lo può fare e accoglie racconti di solitudine. Ai giovani, e forse non solo a loro, un invito a darsi coraggio e mettersi in gioco come spesso ha ricordato Papa Francesco e, tanto per incominciare, una spinta verso quella soglia imbarazzante da superare: Non aver paura di non essere abbastanza. È proprio in quello spazio vuoto che si infila la mano dell’altro. La vera scoperta non è capire quanto sei bravo, ma accorgersi che siamo fatti tutti dello stesso impasto: fragili abbastanza da aver bisogno d aiuto, ma forti abbastanza da poterne offrire.
La Voce e Il Tempo – di Silvana Olmo Menato, Unitalsi Torino
Pubblicato il 30 Gennaio 2026

